Diari e documenti del Vescovo Innocenzo Liruti (1807-1827)

Cenni Biografici

Carlo Antonio Innocenzo Liruti nacque a Villafredda (Udine) il 7 ottobre 1741 e fu battezzato il giorno seguente, 8 ottobre. Tra maschi e femmine ebbe altri 11 fratelli. Il 16 luglio 1753 restò orfano di padre. Il 5 luglio 1761, non ancora ventenne, si presentò al monastero di S. Giustina a Padova per farsi monaco benedettino. Vi fu accettato e 1'11 luglio vestì l'abito monastico. L'anno seguente fece, dopo il noviziato, la prima professione il 12 luglio. Nel 1863 fu inviato a Roma con altri monaci per completare gli studi di Diritto Canonico; ebbe tra i compagni di studio Barnaba Chiaramonti, il futuro papa Pio VII.

Tornato a Padova dopo gli studi, ebbe il compito di insegnare Diritto Canonico e in questa materia diede alle stampe dei trattati, tra cui, nel 1779, un De finibus utriusque potestatis ecclesiasticae et laicae ... che fu censurato a Venezia dall'autorità della Serenissima, mentre l'autore fu condannato al confino, cioè a domicilio coatto. Dopo alcuni mesi fu liberato e riprese la sua attività.

Nel 1800 fu eletto bibliotecario di S. Giustina a Padova, mentre era già priore del monastero. Nel 1807 fu proposto come vescovo di Verona, mentre mons. Ridolfi, Vicario Generale di mons. Gian Andrea Avogadro prima e Vicario Capitolare dopo la rinuncia dell'Avogadro all'episcopato di Verona, fu proposto come vescovo di Rimini.

L'elezione da parte del Papa venne a settembre del 1807 e l'ordinazione fu fatta nel Duomo di Milano il 27 dicembre di quell'anno. Mons. Liruti, poi, fece l'ingresso solenne in diocesi il 20 marzo 1808 e il 25 tenne il solenne pontificale in Cattedrale. Quando fu eletto, aveva già 66 anni e governò la diocesi per oltre 19 anni.

Nonostante il carattere mite, sapeva imporsi con autorevolezza se sitrattava di difendere l'autonomia della religione e lo dimostrò soprattutto quando, assieme agli altri Vescovi, fu convocato da Napoleone in Francia, dove seppe levare la voce in difesa dell'ortodossia. Nonostante i tempi difficili, per cui era necessario agire con grande diplomazia, il Liruti riuscì a portare avanti il suo ministero, volto principalmente alla cura pastorale del clero e dei fedeli, senza mai risparmiarsi , specialmente quando, fra il 1808 e il 1820, fece la Visita pastorale, un impegno che gli costò molto, soprattutto se si tiene conto delle condizioni delle strade e degli ambienti in cui a volte era costretto ad alloggiare.

Anche dal punto di vista amministrativo, il Vescovo si trovò di fronte ad una situazione resa caotica dalla soppressione di tutti gli Ordini religiosi di ambo i sessi, delle confraternite, di abbazie e commende, delle scuole tenute da Religiosi, iniziative dettate dalla volontà del dittatore di Francia di impadronirsi dei beni ecclesiastici, che in effetti furono incamerati, con gravi conseguenze per le attività benefiche svolte da questi Istituti. E quando tramontò la stella napoleonica, altri problemi si presentarono al Vescovo per i delicati rapporti con i nuovi dominatori, gli Austriaci, accolti dapprima come i iberatori, ma ben presto dimostratisi decisi ad ingerirsi quanto più possibile nella vita della Chiesa: per ogni iniziativa pastorale era necessario il piacel dell'autorità asburgica e solo la grande pazienza e lungimiranza del Liruti riuscì a creare un modus vivendi che lasciasse qualche spazio di libertà all'azione pastorale. Nonostante questo atteggiamento prudente, non sempre ottenne di portare avanti attività da lui ritenute pastoralmente importanti; ad esempio, non gli fu permesso dal governo austriaco di tenere il Sinodo diocesano, che egli avrebbe voluto convocare a conclusione della Visita pastorale. Negli ultimi anni l'attività necessariamente si ridusse, sia a causa della malferma salute, sia per la situazione politica; ma niente gli impedì di beneficare un numero sempre crescente di poveri che ogni mattina "assediavano" il suo palazzo.

La morte lo colse nel suo letto, all'età di 86 anni (II agosto 1827), fra il cordoglio di quanti avevano collaborato con lui e dell'intero popolo veronese.

 

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